Guide inutili per posti belli – Vietnam, in poco tempo. Volume I

Guide inutili per posti belli – Vietnam, in poco tempo. Volume I

 

Il mio viaggio in Vietnam inizia più o meno così :

  • 7 giorni per vedere quanto più possibile da sud a nord
  • 1 zaino in spalla
  • Nessun albergo prenotato

 

Sette giorni per un tour sono una follia. Troppo pochi per pensare di coprire dignitosamente uno spazio così ampio, dedicando il giusto tempo a tutto quello che ci sarebbe da vedere. Ma, ahimè, quelli erano i giorni a mia disposizione, giorni che ho cercato di spremere fino all’ultima goccia per poter almeno accarezzare più posti possibile.

Il più delle volte viaggio per lavoro con tutto quello che ne consegue: percorsi e tappe obbligate, tabelle di marcia serratissime e duecento occhi vigili per gestire le cento persone a seguito (sì, perché accompagno viaggi aziendali, praticamente un buon 70% della mansione consiste nel fare la mandriana).

Quindi avere la libertà di scegliere dove, come e quando, era già di per sé esaltante.

È stato anche il primo viaggio zaino in spalla. E per me che, dopo anni di viaggi, ancora non ho imparato l’arte di fare una valigia sensata, sembrava un’impresa impossibile. Invece è stata la scelta perfetta, nonostante la scogliosi. Ho amato il mio zaino mentre guardavo i turisti cinesi trascinarsi trolley enormi sulle strade sconnesse e affollate.

Da quel giorno, anche per lavoro, parto solo con il bagaglio a mano.

Ho scoperto che ci sta comunque molto più di quello che mi serve.

 

 

Ho Chi Minh ( Saigon)

Appena usciti dall’aeroporto l’anima di Ho Chi Minh ti investe senza chiedere permesso.

È tutto un brulicare di persone, rumori, parole, voci, clacson.

E dentro le strade del centro tutto si amplifica.

La prima vera impresa è riuscire ad attraversare la strada senza morire. Giuro. Non è un modo di dire.

Dimenticatevi strisce pedonali, semafori, corsie a sensi alternati, stop e cose simili.

Ci sono, ma giusto per rappresentanza, nessuno ci fa caso.

Sono rimasta minuti interminabili sul bordo della strada guardando lo sciame di motorini che mi sfrecciava davanti senza un ordine, ferma, immobile come sul ciglio di un burrone senza nessuna voglia di buttarmi, ovviamente.

Vicino a me un turista con gli occhi sgranati guardava muoversi il traffico con la stessa espressione di Simba mentre cerca suo padre in mezzo alla mandria di gnu impazziti.

Ci guardiamo e io, certa che non avrebbe capito la mia lingua, esclamo: “ E adesso come cazzo ci arrivo dall’altra parte? ” e lui, inaspettatamente: “ Ah, non chiederlo a me qui è peggio de Roma”.

Ora, se la situazione sconvolgeva un romano potete immaginare come potevo viverla io che sono nata a Valbrona (cercatelo) e la mattina era più facile che mi attraversasse la strada una capra che un’auto.

Detto questo passare si doveva passare e l’unica modalità prevista è chiudere gli occhi e camminare in mezzo al traffico come un automa, senza cambiare ritmo e senza fermarsi mai. Se ti fermi ti investono. Se prosegui come in trans ti schivano. È questione di millimetri, ma ti schivano.

Dal punto di vista della fisica è incomprensibile, ma il Vietnam è così, le leggi della fisica le ignora quanto i semafori.

Un esempio su tutti si capisce da quello che riescono a trasportare sul portapacchi del motorino. La cosa sconvolgente non è solo la quantità di cose che riescono a stiparci, ma anche cosa riescono a portare senza uccidere nessuno, nemmeno se stessi. Ho visto qualsiasi oggetto: piante, cisterne, frigoriferi, tralicci, altri motorini.

Vorrei tantissimo fare un corso di equilibrio e logistica da loro.

Ovviamente, non ci sono limitazioni nemmeno sul trasporto di persone, riescono ad andare comodamente in 5 più neonato tra il guidatore e il manubrio e due cani tra i piedi. Per me che sento di potermi ribaltare anche in auto se apro solo un finestrino capite che è magia pura.

La strada è la vera cornice di tutto, non solo per il sovraffollamento di motorini e il rumore di clacson costante, ma anche perché tutta la vita si srotola sulle vie della città.

Tutto quello che c’è da fare viene fatto per le strade:

mangiare seduti su minuscole seggioline messe lì dove dovrebbe esserci un marciapiede; fare la pennichella sui motorini; allattare sedute sui gradini di un negozio; giocare a dadi sdraiati per terra.

Non è possibile mettere a riposo nemmeno uno dei cinque sensi mentre si cammina per Saigon.

È uno stupore continuo, un’alternanza tra voler scappare e continuare a guardare .

Imboccare la vietta sconnessa che porta alla mia momentanea casa vietnamita, dopo una giornata intera passata fuori, è quasi un sollievo. Nel cortile dissestato che porta al mio palazzo c’è solo il brusio di un vecchio televisore di un bar ricavato da un garage in disuso. Una volta chiusa dietro di me la porta dell’appartamento pare che tutto quel mondo, fuori, non possa esistere davvero.

La notte a Saigon sembra non spegnersi mai, eppure la mattina alle 5.00 la vita ricomincia il suo psichedelico giro di giostra. Dal balconcino, a quell’ora, vedo un sacco di esistenze cominciare e sento solo il rumore dei dadi che roteano dentro una ciotolina per il riso. Due adolescenti e due anziani giocano a un gioco di società in cortile. Dalle 6.00 inizierà a esserci un po’ di pubblico e un discreto tifo.

Intanto tra un’ora si parte per il Mekong.

 

Cose che non ho visto, ma vale la pena vedere:

Il Palazzo della Riunificazione e il Museo della Guerra. A prescindere dal fatto che vi piacciano o meno palazzi e musei, se si passa di qui quella fetta di storia non può essere ignorata. Io me li sono persi a causa del tempo che non combaciava con i loro orari di ingresso. Un pretesto in più per tornare.

 

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